COMITATO FESTA MADONNA DEL CARMINE

Atti del Convegno

Il Carmelo e Maria: le radici della devozione popolare

Bernalda 14/07/2001 - Chiostro del Municipio 

Relatori: dott. Gianpaolo Palazzo e dott. Giovanni Schinaia.

E' stato presentato nel corso della serata il libro:

IL CARMELO DALLE ORIGINI AI GIORNI NOSTRI

di Arcangelo Perrone

 

Indice

Cenni storici

 

La spiritualità carmelitana

       

I laici e il Carmelo

 

Il Carmelo e Maria: le radici della devozione popolare

Testo integrale della relazione tenuta dal dott. Giovanni Schinaia

Fra la fine 1192 e il 1209, un gruppo di pellegrini in Terra Santa decise di ritirarsi in preghiera eremitica sulla cima del Monte Carmelo. Probabilmente si trattava di reduci dalle crociate. Si chiamarono "Eremiti del Carmelo" (o "Eremiti Latini") e si situarono sulla principale via di pellegrinaggio che conduceva da Akko a Cesarea. Abbiamo una testimonianza diretta già all’inizio del XIII sec. in un opuscolo sugli itinerari e pellegrinaggi in Terra Santa: un anonimo pellegrino ci parla di una "molto bella e piccola chiesa di nostra Signora che gli eremiti latini, chiamati "Fratelli del Carmelo" avevano nel WADI 'AIN ES-SIAH.

·        Perché un monte?

·        Perché il Carmelo?

1à in molte religioni il monte viene considerato come il punto in cui il cielo incontra la terra. Molti paesi hanno il loro monte santo, dove abitano gli dei, da dove viene la salvezza. Anche la Bibbia conserva queste credenze e le purifica: Jahve è adorato come il Dio dei monti e delle valli (El-Shaddaj in ebraico). Alcuni monti nell’A.T. furono riservati ad una funzione duratura e gloriosa: pensiamo al monte di Dio, l’Horeb, luogo della rivelazione, luogo della legge; pensiamo al monte Sion, ombelico del mondo, come lo definisce il profeta Ezechiele. E pensiamo quindi al Monte Carmelo, luogo della predicazione del più celebre fra i profeti, Elia, e del suo discepolo, Eliseo.

2à “Carmelo” vuol dire il giardino fiorito di Dio , e come un giardino doveva davvero apparire a chi vi giungeva dopo aver attraversato il deserto, o a chi giungeva in Palestina provenendo dal mare. Il Carmelo è il luogo della vicenda biblica del profeta Elia. In un momento di grande confusione politica e religiosa della storia di Israele, Elia rappresenta un sicuro punto di riferimento. È colui che restaura l’alleanza con Dio contro il culto dilagante di Baal; è il profeta che manifesta l’intervento strepitoso di Dio sul Carmelo: prima il fuoco che brucia il sacrificio, poi l’acqua, la nuvoletta, “come una mano d’uomo” che sale dal mare e porta la pioggia a dirotto. La vicenda di Elia possiamo leggerla nel Primo Libro dei Re. Nella tradizione biblica Elia è il profeta simile al fuoco: leggiamo nel Siracide (48, 1):

“Sorse il profeta Elia come un fuoco, / la sua parola bruciava come fiaccola (…)

Come ti rendesti famoso, Elia, con i prodigi! / E chi può vantarsi di esserti uguale? (…)

Fosti assunto in un turbine di fuoco / su un carro di cavalli di fuoco

designato a rimproverare i tempi futuri”

Ma oltre ad essere il profeta del fuoco, Elia è colui che incontra Dio nel silenzio e nella preghiera: (1Re 19, 11-14): Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto col mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco udì una voce che gli diceva: “Che fai qui, Elia?”. Egli rispose: “Sono pieno di zelo, per il Signore Dio degli eserciti…”

 

La Regula Primitiva

Fu appunto seguendo l’esempio, il carisma di Elia, che questi crociati decisero di ritirarsi sul Carmelo. Ben presto sentirono l’esigenza di una regola e si rivolsero all’allora patriarca di Gerusalemme, S. Alberto Avogadro. Questi redasse una norma di vita fra il 1206 e il 1214. La Regola carmelitana afferma che è fondamentale: "vivere nell'ossequio di Gesù Cristo e servire fedelmente a Lui con cuore puro e con buona coscienza" [n.2]. Per vivere sulle orme di Gesù Cristo i Carmelitani si impegnano più specificamente a:

La Regola carmelitana è la più breve fra le Regole note, è composta quasi esclusivamente di precetti biblici. Ancora oggi è ricca di ispirazione per la vita.

Il passaggio in Occidente

Il loro arrivo in Europa risale al 1235, anno in cui due religiosi ottennero il permesso di fondare una casa a Valencienne, in Francia. S. Luigi, re di Francia, domandò nel 1245 al Priore del Monte Carmelo sei religiosi e diede loro una casa vicino a Parigi. Fu allora il momento di richiedere una superiore approvazione della Regola, che i Carmelitani ottennero da Papa Onorio III (30 gennaio 1226), riconfermata da Papa Gregorio IX (1229).

Intanto la Terra Santa veniva progressivamente rioccupata dai Musulmani e l’esodo dei Carmelitani verso l’Europa, i loro paesi d’origine, fu quasi totale. Qui dovettero adattarsi a nuove condizioni di vita; si riavvicinarono alle città, si profilò una certa vita comunitaria. Si rivolgono questa volta al Papa Innocenzo IV, per adattare la Regola alla nuova situazione culturale e sociale: da eremita, e l’Ordine si trasforma in mendicante, sull’esempio dei Francescani e Domenicani, passando così dall’eremo al convento. Il primo ottobre 1247, Papa Innocenzo IV pubblicò la Regola Modificata dei Carmelitani. L’architettura primitiva subisce qualche ritocco importante, ma resta la "ispirazione primitiva".

Il passaggio in Occidente non fu affatto facile per l’Ordine: il gruppetto di questi eremiti transfughi dalla Terrasanta, poi trasformatisi in frati, fu visto all’inizio con una certa diffidenza. Non abbiamo qui la possibilità né il tempo di riassumere le tante traversie, basti dire che l’Ordine rischiò in diversi momenti di essere soppresso dall’autorità ecclesiastica. Questo però non avvenne grazie soprattutto alla grandissima diffusione che la spiritualità carmelitana ebbe ben presto soprattutto fra i laici.

La Riforma teresiana

Tuttavia, alla fine del Medio Evo, specialmente dopo le sofferenze della Chiesa nel periodo in cui i Papi, lasciata Roma, si trasferirono ad Avignone e durante lo Scisma d’Occidente, si sentì ovunque il desiderio e il bisogno di riforme. Fu così che si vide nella Chiesa realizzarsi una serie di provvedimenti in questo senso e i Concili di Costanza (1414 - 1418), di Basilea (1431 - 1437) e di Ferrara-Firenze (1438 - 1442) sono tappe di questo programma, come pure le grandi opere apostoliche di predicatori di penitenza, quali San Vincenzo Ferreri, San Bernardino da Siena, San Giovanni di Capistrano.

Anche nell’Ordine Carmelitano vi furono monaci e monache che non se ne stettero inattivi, come Bartolomeo Fanti, Angelo Mazzinghi, Giovanni Scopelli, Arcangela Ghirlani, Giovanni Soreth, e Beato Battista Mantovano che diede vita alla cosidetta Congregazione Mantovana. Soprattutto importante fu tuttavia quella che passa sotto il nome di Riforma Teresiana. Il 1500 fu il secolo d’oro per la Spagna, in cui essa raccolse il frutto di una lunga crociata di 777 anni (715 - 1492) per la conquista del suolo e della libertà di fede contro gli Arabi. Questo fatto impresse al carattere cattolico spagnolo un calore eroico, inconfondibile. In questo clima nacque, il 28 marzo 1515, S. Teresa de Ahumada, che entrò fra le Carmelitane della sua città natale (Avila) a ventun anni, rimanendovi fino al 1562 presso il monastero dell'Incarnazione. Con un gruppetto di suore riunite nella sua cella Teresa decise di tornare all’antica spirito carmelitano, quello eremitico: con la fondazione del piccolo monastero di San Giuseppe (24 agosto 1562), Teresa da inizio alla sua riforma fra le monache; riforma che avrebbe poi estesa anche fra i frati (Duruelo 1568) con l'aiuto di S. Giovanni della Croce. L’ideale Carmelitano Teresiano è insieme contemplativo e apostolico. Le caratteristiche fondamentali dei "mezzi" che la Santa considera essenziali per il raggiungimento dei suoi ideali sono l’orazione, lo zelo apostolico, la solitudine (silenzio, ritiro, clausura), la vita comunitaria (piccolo gruppo, vita fraterna, semplicità, libertà spirituale, umanesimo), lo spirito Mariano, l’ascesi e il lavoro.

Per diversi secoli ci fu una sorta di diffidenza reciproca fra i Carmelitani di S. Teresa, cosiddetti “Scalzi” e i Carmelitani dell’A.O.. Pensate che nel 1631 furono i Carmelitani Scalzi, nella persona di Padre Prospero dello Spirito Santo, a ritornare sui luoghi di nascita, sul Monte Carmelo, da cui quattro secoli prima quegli altri erano stati costretti a fuggire. Il fatto è che entrambi i rami dell’Ordine si ritenevano eredi legittimi e continuatori ideali dello spirito primitivo del Carmelo. E in effetti eredi legittimi lo erano entrambi…

L’Obsequium

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi cosa centri la Madonna in tutto questo…

Occorre tornare indietro a quegli eremiti del Carmelo: se leggiamo la Regula Primitiva, la Madonna non viene mai nominata; troviamo invece un’altissima concentrazione cristologica intrisa di Sacra Scrittura. Lo scopo degli eremiti del Carmelo era quello di vivere nell’OBSEQUIUM a Gesù Cristo. Cosa fecero però? Al centro fra le loro celle essi costruirono una cappella e la dedicarono alla Madonna. Con questo gesto il primo gruppo di Carmelitani la prese come sua patrona, promettendo il suo fedele servizio mentre aspettavano da lei la sua protezione. C’era un continuo andare e tornare dalla cappella dedicata alla Vergine Madre di Dio. I primi carmelitani hanno fissato plasticamente la presenza di Maria, piantandola al centro della loro residenza e quindi delle loro attività quotidiane, al centro della loro esperienza di vita e quindi al centro della loro ricerca di unione con Dio. Si sono fatti compagni di una persona che conosceva bene quella strada.” Per questo motivo sin dal XIV sec. i Carmelitani si sono definiti con un nome originalissimo che non ha eguali nella storia della chiesa: Fratelli della Beata Vergine. Fratelli e quindi compagni di strada, fratelli e quindi abitanti nella stessa casa, a condividere le stesse esperienze.

Il dono dello Scapolare e la Bolla Sabatina

Abbiamo accennato alle difficoltà che i Carmelitani incontrarono passando dalla Terrasanta all’Occidente; rischiarono addirittura di essere soppressi. Ebbene, in questo clima si collocano due episodi, forse i più famosi, della devozione alla Madonna del Carmine. Il primo è del 1251: il superiore generale, che all’epoca era l’inglese S. Simone Stock, pregava la Madonna che non abbandonasse l’Ordine a Lei consacrato, che l’assistesse nel momento di difficoltà che stava vivendo. E allora la Madonna apparve a S. Simone, gli consegnò il Santo Scapolare – una parte dell’abito dei frati – e gli disse: “Questo è il segno per te e per i tuoi; chiunque lo porterà sarà salvo.”

La visione fu confermata diversi anni più tardi – nel 1322 – addirittura dal papa, Giovanni XXII. Raccontò di aver avuto una visione in cui la Vergine prometteva la salvezza dal Purgatorio il sabato successivo alla morte per chiunque avesse indossato piamente il Santo Scapolare. Come per tutte le apparizioni della Madonna, noi non possiamo avere un certificato di autenticità. Una cosa è certa: i carmelitani nel 1251 stavano per essere soppressi, e nel giro  di appena 70 anni le province in Occidente passarono da una a 125; si aprirono studentati, seminari, missioni e soprattutto moltissimi laici bussarono alla porta del Carmelo per condividerne il carisma. Dietro tutto questo scorgiamo la mano materna della Vergine.

Un ordine “mariforme”

Potrebbe apparire strano ma le apparizioni, la Bolla Sabatina, cioè i fatti forse più famosi, sicuramente più appariscenti, per il vero devoto della Madonna del Carmine sono in realtà marginali.

Se ci fermassimo al fatto storico, saremmo solo spettatori; siamo invece chiamati ad entrare nell’esperienza di vita, nella spiritualità del Carmelo, siamo chiamati a relazionarci a Maria. È una devozione, quella carmelitana, che ci invita fortemente a rivivere anche noi, quell’obsequium nei confronti di Gesù Cristo: Cristo sia il centro della vita. Per vivere l’obsequium, c’era bisogno del Signore (Gesù), del servo (il monaco) e della terra (la Terrasanta). Passando in Occidente, all’Ordine Carmelitano è venuta meno la terra. Ebbene, quella terra è ora Maria stessa, la terra su cui Dio ha piantato la propria tenda, il luogo della presenza di Dio. La Madonna è la terra su cui mettere a dimora il seme per poi raccoglierne i frutti, la terra dell’obsequium. E Lei diventa domina loci, cioè signora della terra. Noi poi, identificandoci con Lei diventiamo terreno dove Dio può manifestare la sua presenza. Se la Vergine è l’umanità dove Dio abita, noi siamo l’umanità dove Dio può continuare a manifestare la sua presenza. Anche lo Scapolare: siamo ben lontani da un vuoto devozionismo da sacrestia. Indossare lo scapolare non significa avere una garanzia di salvezza, non significa portare un amuleto. Scapolare significa habitus. Siamo chiamati ad indossare l’habitus Mariae, l’abito di Maria. È qualcosa che investe il comportamento, lo stile di vita prima di diventare un segno esteriore. Siamo chiamati quindi ad imitare Maria, le sue virtù, il suo silenzio, la sua carità, la sua docilità al volere di Dio. Questo è e deve essere, il senso autentico di ogni devozione alla Madonna o ai santi. La Madonna non è il fine, lo scopo della nostra devozione; ella è un mezzo, il più efficace, il più bello, ma sempre un mezzo. Ricordiamo le poche parole che la Madonna pronuncia nel Vangelo. Prima risponde all’Angelo à “Avvenga di me secondo la tua parola” e poi alle nozze di Cana à “Fatte quello che vi dirà”. Questo è l’insegnamento più alto che dalla Madonna ci può venire. Lei indica la strada (…odòn, odigitria)

Per questo motivo “Il Carmelo è tutto di Maria” – come leggiamo nelle Costituzioni dell’Ordine. Una crescita nelle virtù di Maria è garanzia di comunione con Cristo. Cosa significhi veramente essere devoti della Madonna del Carmine ce lo dice il Papa in una sua recente lettera per i 750 anni dello Scapolare: “la devozione verso di Lei non può limitarsi a preghiere ed ossequi in suo onore in alcune circostanze, ma deve costituire un «abito», cioè un indirizzo permanente della propria condotta cristiana, intessuta di preghiera e di vita interiore, mediante la frequente pratica dei Sacramenti ed il concreto esercizio delle opere di misericordia spirituale e corporale. In questo modo lo Scapolare diventa segno di «alleanza» e di comunione reciproca tra Maria e i fedeli: esso infatti traduce in maniera concreta la consegna che Gesù, sulla croce, fece a Giovanni, e in lui a tutti noi, della Madre sua, e l'affidamento dell'apostolo prediletto e di noi a Lei, costituita nostra Madre spirituale.”

 

Lo Scudo Carmelitano

La raffigurazione dello scudo carmelitano appare per la prima volta sul finire del secolo XV, nel 1499, nella copertina di un libro sulla vita di Sant'Alberto, carmelitano. Ivi il simbolo grafico appare sotto la forma di un "vexillum" (insegna, stendardo, bandiera), che poi andò modificandosi nei dettagli attraverso il passare del tempo fino ad assumere l'attuale forma di scudo araldico. Nello scudo carmelitano da noi scelto troviamo cinque elementi:

1à Una montagna stilizzata di colore marrone, con i lati arrotondati, il cui vertice si proietta nel cielo. Riferisce al monte Carmelo, luogo di origine dell'Ordine Carmelitano. Il monte Carmelo si trova a Haifa in Israele. Nel nono secolo avanti Cristo, qui visse il profeta Elia. Nello stesso luogo, sul finire del dodicesimo secolo dopo Cristo, alcuni eremiti, ispirati da Elia si sono radunati "per vivere nell'ossequio di Gesù Cristo" (Regola Carmelitana n. 2).

2à Tre stelle a sei punte, di cui una d'argento al cento della montagna e le altre due d'oro disposte simmetricamente nel cielo di colore bianco, a destra e a sinistra dei lati della montagna. La stella inferiore rappresenta i Carmelitani ancora in cammino verso la vetta del monte Carmelo mentre le due stelle superiori rappresentano i Carmelitani che hanno terminato il loro cammino e "hanno raggiunto felicemente la santa montagna" (Missale Carmelitano, 1980, Colletta della Solennità della B. Vergine Maria del Monte Carmelo).

3à La corona d'oro rappresenta il Regno di Dio. Lui è il Sovrano supremo del Carmelo. Infatti i Carmelitani cercano "di servire fedelmente a Lui con cuore puro e con buona coscienza" (Regola Carmelitana n. 2) e ritengono la loro vocazione "a radicare e consolidare negli animi il Regno di Cristo e a dilatarlo in ogni parte della terra" (Costituzioni O.Carm., n. 5). Nel compiere questo servizio verso Dio i Carmelitani si ispirano dalle figure del profeta Elia e della Vergine Maria (cf. Costituzioni O.Carm., n. 25).

4à Un braccio con una spada di fuoco e un nastro con citazione biblica. L'origine eliana dell'Ordine è simboleggiata con il braccio di Elia, tenendo una spada di fuoco, e un nastro con la scritta in latino: "Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum" (Sono pieno di zelo per il Signore Dio degli eserciti [1 Re 19,10]). Il braccio e la spada mostrano, anch'essi, la passione ardente di Elia per l'assoluto di Dio, la cui "parola bruciava come fiaccola" (Sir 48,1). Per i Carmelitani "Elia è il profeta solitario che coltiva la sete dell'unico Dio e vive alla sua presenza" (Costituzioni O.Carm., n. 26). Come lui, essi portano "la spada dello spirito, che è la Parola di Dio" (Regola Carmelitana n. 19).

5à Dodici stelle. L'indole mariana dell'Ordine è simboleggiata nelle dodici stelle che ricordano l'apparizione della "donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle" (Apoc 12,1). Nella Vergine Maria, Madre di Dio, "i Carmelitani trovano l'immagine perfetta di tutto ciò che desiderano e sperano di essere". Per loro Maria è Patrona, Madre e Sorella (cf. Costituzioni O.Carm., n. 27) ed essi sono "i fratelli della beata Vergine Maria del Monte Carmelo" (Costituzioni O.Carm., n.6).

Simboli aggiuntivi: In varie Province dell'Ordine, già dal secolo XVII, si aggiunge una croce al vertice della montagna: ad esempio nella Provincia di Castiglia in Spagna (e i Carmelitani Scalzi fin dal secolo XVII). La Provincia di Sicilia poneva la croce della Terra Santa. Altre volte si trovano ai lati della montagna un giglio e una palma, simboli che rappresentano Sant'Alberto di Trapani e Sant'Angelo - i primi due santi dell'Ordine Carmelitano.

I laici e il Carmelo – i 750 dello Scapolare – le Confraternite e la devozione popolare

Nel Medioevo, molti cristiani volevano associarsi agli Ordini religiosi allora fondati: Francescani, Domenicani, Agostiniani, Carmelitani. Sorse così un laicato associato ad essi, per mezzo di Confraternite. Tutti gli Ordini religiosi desiderarono dare ai laici un segno di affiliazione e partecipazione del proprio spirito e del proprio apostolato. Questo segno era costituito da una parte dell'abito: la cappa, il cordone e lo scapolare. Tra i Carmelitani si stabilì lo scapolare, in forma ridotta, come segno d'appartenenza all'Ordine e come espressione della sua spiritualità. Abbiamo già detto come i laici si siano avvicinati alla spiritualità carmelitana dopo il 1251, dopo cioè l’apparizione a San Simone Stock. Sotto l’impulso dato dal dono dello Scapolare prima e dalla promessa Sabatina poi, la devozione alla Madonna del Carmine si diffuse quasi capillarmente in tutta l’Europa. Si diffuse soprattutto sotto tre forme principali: i devoti “semplici”, il Terz’Ordine, le Confraternite. I laici carmelitani, pieni dello spirito dell'Ordine, cercano di vivere il suo carisma particolare nell'ascolto silenzioso della Parola di Dio con la Lectio Divina. Secondo la tradizione costante del Carmelo, essi coltivano al massimo la preghiera nelle sue varie forme.

I membri del Terz'Ordine seguono il carisma proprio dell'Ordine che si ispira alle figure della Beata Vergine Maria e del Profeta Elia. I Terziari Carmelitani vivendo nel mondo e nella famiglia, nel loro ambiente di lavoro, nell'impegno della loro responsabilità sociale, nell'operato quotidiano, nelle relazioni con gli altri, cercano l'immagine nascosta di Dio e la fanno germogliare nello spirito delle beatitudini, con l'esercizio umile e costante di quelle virtù dell'onestà, giustizia, sincerità, cortesia, forza di spirito, senza le quali non è possibile vivere una vita veramente umana e cristiana.

Una delle forme più antiche di associazionismo religioso è la Confraternita. Essa risale si al medioevo, ma la quasi totalità delle Confraternite che oggi esistono risalgono all’età della Controriforma. Anzi la maggiorparte di loro fa’ addirittura parte della Controriforma: una maniera di recuperare il laicato alla vita cristiana, di pietà e di carità, dopo il periodo di gran confusione seguito a Martin Lutero & C.

Cos’è una Confraternita? Un’associazione di fedeli che tendono alla perfezione della carità nel mondo secondo lo spirito dell'Ordine a cui fanno riferimento. (…)

Carattere distintivo delle Confraternite, che in qualche maniera le avvicina agli Ordini religiosi veri e propri, è l’Abito di Rito. L’appartenente ad una Confraternita, nei casi previsti, indossa l’abito, manifestando pubblicamente con questo gesto, la sua adesione alla Confraternita stessa. Si capisce bene come nel caso di una Confraternita del Carmine la questione dell’Abito rivesta un significato ancora più profondo: esso è l’Abito della Madonna, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Cosa significa essere Confratelli? Vorrei leggervi uno stralcio del primo statuto della Confraternita del Carmine di Taranto, alla quale mi onoro di appartenere. Approvato nel 1777 da Ferdinando IV di Borbone, è comunque pressoché identico ai primi statuti delle Confraternite del Carmine della Controriforma, risalenti alla fine del ‘500.

I Confratelli “hanno da confessarsi e comunicarsi nella Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, nella Pasca di Resurrezione, nella Terza Domenica del mese, in tutte le festività della Madonna Santissima…Siano affezionati a visitare l’Infermi, massime li poveri e in particolare quelli che staranno nell’Ospedali e sovvenirli coll’esortazione ed Elemosine. Similmente siano sollecitati a visitare li Carcerati… Non possono i fratelli giocare a niuna sorte di giuochi proibiti, a dadi e somiglianti illeciti… Non vogliamo che li fratelli faccino risse e rumori particolarmente in pubblico… Se qualche fratello camminando di notte va battendo o tozzolando le porte di qualcheduno, o razziando immodestamente, il Priore gli dia una competente mortificazione… Quando sentiranno i nostri fratelli che è morto un fratello della Nostra Congregazione lascino tutti i negozi e venghino subito nell’Oratorio a a vestirsi per la Processione… Si ordina a tutti li fratelli che non vadano mai di notte cantando e sonando per la Città…e nell’Oratorio in niun tempo sia lecito alli fratelli leggere libri disonesti, proibiti e sospetti, nemmeno ballare o cantare in detto luogo cose d’amore o lascive… Si ordina a tutti li fratelli che sotto nessun pretesto vadano a mangiare e bere nelle taverne o in quelle case dove si vende vino… Nessun fratello conversi con donne disoneste e meretrici e chi ciò sapesse sia obbligato rivelarlo al Priore, quale con prestezza li darà la debita mortificazione.

 

Si tratta chiaramente di un linguaggio e di una sensibilità lontanissime dalle nostre, ma mi pare importante sottolineare come l’imitazione di Maria si “adatti al secolo”. Non ci sono richiesti gesti eroici o eclatanti. Essere devoti della Madonna del Carmine significa sforzarsi di imitare le virtù di Maria nella vita di tutti i giorni, nel rendere santa la quotidianità. È chiaro che, tenendo fermo l’ideale, un impegno di questo tipo assume forme diverse a seconda del tempo.

Le Confraternite furono per secoli un baluardo della fede. E lo sapeva bene Napoleone quando calò in Italia col pretesto della libertà a tutti i costi, col mito della rivoluzione francese. I francesi soppressero fra il 1801 e il 1806 gli Ordini Religiosi e con essi le Confraternite. (…)

 

Conclusione

Fra due giorni celebreremo la festa della Madonna del Carmine. Secondo la più antica delle antifone carmelitane, invocheremo la Madonna come Fiore purissimo del Carmelo, fiorente vite, splendore del cielo; la contempleremo nel mistero di grazia, unica donna, Vergine e Madre la invocheremo come patrona, come Stella del Mare, cioè porto sicuro, faro per i naviganti; la invocheremo come madre e sorella, cioè compagna di viaggio, guida sicura per arrivare all’unica meta che è Cristo. E vorrei concludere questo nostro incontro con le parole del Papa:

Anch'io porto sul mio cuore, - scrive il Papa - da tanto tempo, lo Scapolare del Carmine! Per l'amore che nutro verso la comune Madre celeste, la cui protezione sperimento continuamente, auguro che quest'anno mariano aiuti tutti i religiosi e le religiose del Carmelo e i pii fedeli che la venerano filialmente, a crescere nel suo amore e a irradiare nel mondo la presenza di questa Donna del silenzio e della preghiera, invocata come Madre della misericordia, Madre della speranza e della grazia.

 

Bernalda, 14/07/2001.

La chiesa della Madonna del Carmine

e la Confraternita della “Presentazione di Maria Vergine” a Bernalda

 Sintesi della relazione tenuta dal dott. Gianpaolo Palazzo

Per le prime notizie sulla Chiesa della Madonna del Carmine bisogna consultare la visita pastorale dell’arcivescovo Giovanni Michele Saraceno iniziata il 12 maggio del 1544. Il manoscritto originale in lingua latina ci informa che l’arcivescovo, dopo aver visitato la maggior Chiesa col titolo di S. Bernardino, trova nella Terra Bernaldi, tra le altre cappelle, quella di Santa Maria del Carmine, appartenente ai confrarij di non si sa quale confraternita. Quest’ultima aveva come priore un certo Stefano di Leonardo che fu incaricato di mostrare il titolo e di fare un inventario. Dal testo si evince che la futura chiesa era ancora in costruzione, perché l’arcivescovo Saraceno la trova mezza discoperta. Dopo quest’importante visita si deve fare un salto di un secolo e giungere alla Relatio ad limina dell’arcivescovo Simone Carafa dell’anno 1644.

Visita Pastorale del 03/12/1650 che ci riferisce quanto segue:

La Cappella del Carmine era dotata di un solo altare, aveva tutto il necessario per le celebrazioni religiose e una confraternita con un proprio vexillo.

Cinque anni più tardi il 03/03/1655 la relazione scritta della visita pastorale, oltre a ripetere cose già dette qualche anno prima, ci informa dei lavori per dotare la chiesa di una porta e di una adeguata pavimentazione. Per la prima volta si parla del campanile della cappella che aveva una sola campana.

Visita del 17/05/1678. Questa relazione è la prima a farci sapere che ci doveva essere un affresco, ora scomparso, con l’immagine della Madonna e che la confraternita aveva l’onere di far celebrare una messa ogni mercoledì (giorno in cui si ricordano tutti i santi del Carmelo), forse con l’aiuto dei fedeli o ricorrendo all’autotassazione tra i confratelli.

Nella visita del 25/11/1746 il vescovo riferisce che nella cappella del Carmine adest sodalitium laicorum ed è la prima volta che non compare il nome confraternita.

La Visita del 07/02/1770 è molto importante perché per la prima volta, dopo un lungo silenzio nei documenti consultati presso l’archivio diocesano di Matera, compare il titolo della confraternita “Presentazione” e il nome del priore un tale Francesco Pacciana.

Dal 1772 mancano le successive visite pastorali dell’800. Nel corso del secolo scorso i vescovi trovano la Chiesa della Madonna del Carmine sostanzialmente in discrete condizioni, grazie alle offerte dei devoti e all’opera del Comune. Sappiamo, difatti, che nel dicembre del 1913 la chiesa versava ancora in condizioni disastrose tanto che il comune di Bernalda diede l’incarico di restaurare il campanile all’imprenditore di costruzioni murarie Lorito Nicola. Molto più interessante è la delibera n° 24 del 31/12/1913 che ci dà le seguenti notizie: Esecuzione lavori di riparazioni al tetto spesa di lire 82. 80; consolidamento del campanile gravemente danneggiato da un fulmine. Per trovare traccia di altri lavori fatti eseguire dal comune bisogna spostarsi al 1926. Dalle ricerche effettuate presso l’archivio comunale riguardanti le deliberazioni delle giunte municipali di Bernalda non è emerso più null’altro tanto che ad interessarsi per i restauri e la tinteggiatura della chiesa, a partire dagli anni ottanta, fu il comitato festa.

La Confraternita della “Presentazione di Maria Vergine” dal 1800 al 1938.

A colmare l’insufficienza di notizie per l’800 riguardanti la Confraternita intervengono alcuni importanti documenti dell’Archivio Comunale di Bernalda.

In un documento recante la data del 30 settembre 1853 vengono fatte delle richieste al sindaco affinché informi l’intendente del Consiglio Generale degli ospizj di Basilicata circa le congreghe presenti a Bernalda. Il 24 settembre del 1853 il Sindaco di Bernalda firmava un prospetto con notizie sulla confraternita. Qualche anno dopo nel 1856 il ministero dell’Interno chiedeva ai Comuni nuove notizie precise. Nello stesso fascicolo riguardante l’anno 1856 c’è un prospetto riassuntivo molto interessante sulla Confraternita. Dopo queste informazioni di grande interesse, si deve passare al fascicolo del 1868 in cui c’è la lettera del Prefetto T. Berardi che chiede nuove notizie su tutte le associazioni di persone, esistenti a Bernalda. Il comune di Bernalda diligentemente scrive qualche notizia.

Da altri documenti consultati presso l’archivio diocesano possiamo rilevare i nomi oltre che del priore anche di alcuni confratelli. In una lettera indirizzata al vescovo del 19/03/1893 la confraternita fa presente che, sotto la guida del Priore Antonio di Pace, elegge a proprio Rettore l’arciprete Don Saverio Marsicano. Segue un lungo elenco di confratelli. Dopo questo documento si deve passare ad un altro fascicolo conservato presso l’archivio arcivescovile di Matera, riguardante lo scioglimento della confraternita avvenuto nel 1921. Infatti in una lettera indirizzata al sottoprefetto di Matera l’arciprete Don Pietro Stigliano afferma testualmente: … Per questi motivi, della Confraternita del Carmine non è rimasto che il ricordo. Una nota prefettizia del 1924 richiede al sindaco di Bernalda lo statuto della Confraternita del Carmine. Il sindaco Pizzolla lo invia in copia conforme nel 1925 Nella Gazzetta Ufficiale del Regno del 1936 non compare il nome della nostra confraternita tra quelle esistenti nella provincia di Matera. Infine nel 1939 il Prefetto di Matera inviò un telegramma al Comune in cui chiedeva l’elenco delle confraternite esistenti. A margine del telegramma c’è un appunto di Don Pietro Alianelli che dice così: Nessuna confraternita. C’è l’associazione del S. Cuore femminile, c’è l’azione cattolica femminile.

Bernalda, 14/07/2001.

Il testo integrale della relazione è in possesso dell'autore.

 

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